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Le funzioni mentali: intelligenza, memoria, sogni

L’ intelligenza non è mai stata definita con chiarezza dal punto di vista scientifico. Nel passato era ritenuta un insieme di abilità ereditate.

Oggi si tende ad escludere che l’intelligenza dipenda solo da fattori genetici; e si ritiene, invece, che sia una sorta di “cocktail” di abilità ereditate e, soprattutto, di risultati dell’esperienza.

Si ritiene, inoltre, che  esistano diverse intelligenze, non una sola.

Più il bambino vive una vita familiare completa e ha un rapporto positivo con i coetanei e con gli insegnanti, più col trascorrere degli anni questo individuo sarà in sintonia con il suo lavoro e avrà buoni contatti sociali, meglio si svilupperà la sua intelligenza.

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Tante intelligenze diverse tra loro

Nel primo decennio del novecento, gli psicologi francesi Alfred Binet e Théodore Simon inventarono i test dell’intelligenza per accertare le varie funzioni mentali degli scolari: la memoria, il ragionamento, la capacità di mettere in relazione gli oggetti tra di loro nello spazio.

I due studiosi sottoposero all’esperimento un gran numero di bambini per individuare, sulla base del punteggio, le diverse “età mentali”. I loro test servirono poi da modello per molti test mentali, scritti od orali, usati sugli adulti.

Attualmente vengono applicati test in molte situazioni per verificare l’attitudine di un individuo a svolgere un compito particolare. Ci sono test attitudinali per aiutare a scegliere il corso di studi, per ottenere un posto di lavoro e via dicendo.

   

Anche sui test dell’intelligenza, però, gli studiosi non sono d’accordo.

C’è chi ritiene che i test non prendano in considerazione molti aspetti importanti della capacità intellettuale, ad esempio il potenziale di pensiero astratto, ovvero l’inventiva.

C’è chi critica i test perché a volte subiscono influenze culturali che quindi influenzerebbero il soggetto.

Al contrario, sono molti coloro che, sostenendo la grande validità dei test dell’intelligenza, hanno contribuito alla notevole diffusione dell’uso di queste particolari prove nei settori più diversi.

Secondo questi profondi conoscitori della psiche umana, l’intelligenza è la capacità di elaborare dati e di dirigerli verso un determinato obiettivo. E’ l’interazione tra la capacità del cervello di elaborare dati e il bagaglio di conoscenze specifiche che uno possiede in un determinato campo. Con questa definizione viene superata la vecchia questione se l’intelligenza dipenda da fattori genetici o culturali.

Le principali intelligenze sono:

la linguistica (capacità di elaborare verbalmente i concetti), la matematica, la musicale, la spaziale (capacità di avere una rappresentazione mentale dello spazio), l’intelligenza del movimento corporeo e quella della comprensione di sé stessi.

Un individuo può essere dunque più capace di rappresentare uno stato d’animo con una musica, oppure con un disegno, con una immagine, o con una poesia, a seconda che usi l’intelligenza musicale, o spaziale, o linguistica.

   

Un pescatore siciliano può avere l’intelligenza linguistica poco sviluppata e, invece, una intelligenza spaziale ottima (il senso dell’orientamento in mare, la comprensione dei fenomeni meteorologici).  Un avvocato che vive e svolge la sua professione a Roma può rappresentare il contrario del pescatore siciliano.

In senso assoluto, però, non si può dire che uno sia più intelligente dell’altro.

Esistono poi individui che possiedono in modo particolarmente potente una determinata intelligenza e tendono a trascurare quasi del tutto le altre potenziali intelligenze. Sono celebri gli aneddoti che riguardano le distrazioni e le sbadataggini di Einstein, tutto preso come era dalle sue ricerche e dalle sue teorie.

Dalla memoria, la scintilla dell’ intelligenza

Ciò che capitava ad Einstein, d’altra parte, succede in parte ad ognuno di noi. C’è per esempio chi è bravissimo nel suo lavoro di ufficio e magari non è capace di piantare un chiodo nel muro; oppure chi sa tutto del motore della sua auto ed è in grado di ripararne un guasto e magari non sa dire due parole in pubblico; e anche chi sa scrivere bellissime parole d’amore o splendide poesie e magari non sa cuocere due uova.

Comunque il caso di Einstein, del genio che sviluppa enormemente una intelligenza e trascura quasi totalmente le altre è raro. Noi, comuni mortali, usiamo un po’ tutte le nostre diverse “intelligenze”: musicale, intellettuale, matematica, linguistica e via dicendo.

Al fine dello sviluppo intellettuale è molto importante l’ambiente in cui si vive.

Dicevamo all’inizio che l’intelligenza non è mai stata definita con chiarezza dal punto di vista scientifico. Non è tuttavia azzardato sostenere che la scintilla dell’intelligenza scoccò quando nel cervello di un nostro antichissimo progenitore prese forma la memoria, intesa come capacità di conservare i ricordi.

   

Non c’è intelligenza che non si basi sul ricordo di nozioni acquisite, esperienze compiute, fatti vissuti.

Quando i ricordi sono belli, ci immergiamo in essi, tentiamo di assaporarne ogni particolare, ogni sfumatura; quando sono meno graditi, li respingiamo, quasi non facessero parte di noi.

Ma ci siamo mai chiesti che cosa siano veramente i ricordi? Quale sia la loro essenza? Come funzioni il meccanismo che trasforma le sensazioni e le impressioni in elementi stabili conservati nella memoria?

Scientificamente è difficile dare risposte a questi interrogativi. Quando nel cervello di quel nostro progenitore -cinque o sei milioni di anni fa- scattò per la prima volta la scintilla della memoria e nacque l’intelligenza, si può dire che ebbe origine la civiltà.

Se noi diciamo che il miracolo dell’uomo è il linguaggio non siamo chiari. La comunicazione tra animali è ormai un fatto indiscusso. Le scimmie “parlano”, gli uccelli si informano dei rispettivi stati psichici, le api adottano codici tanto differenziati da formare veri e propri dialetti. Tutto ciò prova che il linguaggio non è una prerogativa dell’uomo, ma una modalità che la natura ha suggerito ai viventi.

L’essere pre-umano possedeva certamente la capacità di comunicare dati molto semplici ai suoi simili. Successivamente, quando nel corso della sua evoluzione l’ominide andò oltre la frontiera del mondo animale, la memoria dilatò lo spazio esistenziale dell’uomo primitivo il quale, attraverso la rappresentazione mentale delle esperienze vissute, seppe guardare nel suo passato e utilizzò questa capacità per le sue azioni future.

Ma il vero miracolo si manifestò in una fase ancora successiva,

allorché l’ominide, che già conosceva molti dati dell’ambiente naturale e poteva memorizzarli con l’aiuto di simboli, si trovò nella necessità di fabbricare simboli relativi a situazioni assenti dalla realtà concreta, a emozioni incontrollabili, a momenti psicologici.

Fu allora, forse, che nacque la civiltà: quando due primi uomini riuscirono a comunicarsi mediante simboli un’esperienza astratta, un’esperienza cioè non legata a oggetti o fatti, ma cresciuta all’interno della mente, un concetto.

Il concetto di qualcosa in assenza del qualcosa pensato: un ricordo. Questa fu, dunque, la scintilla dell’intelligenza.