Conoscersi: personalità ed emozioni

Conoscersi: personalità ed emozioni

“Quando trattiamo con la gente, ricordiamo che non stiamo trattando con persone dotate di logica. Noi stiamo trattando con creature dotate di emozioni.” (Dale Carnegie)

Come sostiene David Keirsey la personalità è formata da due aspetti: temperamento e carattere. Il temperamento è l’indole, la costituzione di una persona, ed è composto dalle naturali inclinazioni. Il carattere è formato dalle abitudini di pensiero e azione.

Potremmo definire quindi il temperamento una predisposizione e il carattere una disposizione d’animo e di atteggiamento mentale. Per esempio i gufi hanno una naturale predisposizione a vivere di notte, i gatti a cacciare i topi, i cani a cacciare i gatti. I lupi, dal canto loro, sono animali da branco, che per vivere hanno bisogno di stare in gruppo, si prendono cura dei propri malati e proteggono la famiglia.

Ogni essere vivente tende perciò a sviluppare i comportamenti più in linea con la propria indole (temperamento). Il temperamento è una traccia consistente identificabile in ogni nostra azione. Persino i gemelli spesso hanno temperamenti diversi e già da piccolissimi potete notare come reagiscono in modo diverso al medesimo stimolo.

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Queste «impronte», o tendenze di comportamento, oltre a possibili debolezze, racchiudono anche i nostri doni e talenti unici. Al temperamento si aggiunge l’ambiente (famiglia di origine, educazione, società), che a sua volta influenza enormemente ognuno di noi..

Possiamo allora affermare che il temperamento riguarda la predisposizione innata, il carattere, invece, emerge dall’interazione tra temperamento e ambiente.

Le emozioni aiutano a vivere

A volte mettono in atto un meccanismo di difesa, in altri casi suggeriscono il comportamento giusto da adottare. Molti nostri atteggiamenti sono espressioni fisiche di quegli stati d’animo che conosciamo con il nome di emozioni.

C’è una vasta gamma di comportamenti ai quali l’uomo ricorre al fine di manifestare i propri sentimenti e le proprie emozioni. Il bambino, per esempio, quando sta vivendo una situazione gioiosa, ride, salta, batte le mani.

Chi ha paura, al contrario, chiude gli occhi oppure scappa. Chi vuole mostrare la propria rabbia, avanza minacciosamente con le mani chiuse a pugno aggrottando le sopracciglia. Questi atteggiamenti non sono altro che espressioni fisiche di tutti quegli stati d’animo che conosciamo con il nome di emozioni.

Queste ultime possono, quindi, essere definite come quegli stimoli interni a noi stessi che ci inducono ad adottare un determinato comportamento. Le nostre azioni, perciò, non sono altro che lo specchio di ciò che avviene nella nostra mente.

   

Analogie di specie

Anche tra gli animali è possibile individuare una serie di comportamenti che mostrano in modo inequivocabile la loro origine emotiva.

Come l’uomo, per esempio, così anche lo scimpanzé, quando è sopraffatto dall’ira, batte ripetutamente i piedi per terra o, in presenza di un accesso di rabbia, come accade a tanti esseri umani, distrugge tutti gli oggetti che sono alla sua portata.

È molto frequente, inoltre, che cani, uccelli e ratti, quando vogliono comunicare la propria superiorità e lanciare un messaggio aggressivo, fissino intensamente un proprio simile negli occhi finché questi non abbassa lo sguardo o lo volge altrove.

Queste analogie vanno a rafforzare la teoria secondo la quale anche le emozioni sono necessarie alla sopravvivenza della specie.

Se, infatti, una persona avverte che la sua vita è in pericolo, proverà paura e attuerà un comportamento di fuga che lo metterà in salvo. Le emozioni, inoltre, sono direttamente proporzionali allo stimolo che le provoca: più intenso e forte sarà lo stimolo, maggiore sarà la risposta emotiva fornita dall’individuo.

   

Anche le sole espressioni del volto assumono, nell’uomo, una importanza notevole.E’ possibile, infatti, identificare lo stato d’animo corrispondente, soltanto in base a determinati piccoli gesti (come alzare o abbassare le sopracciglia, sorridere, stringere gli occhi, tenere la bocca chiusa o aperta),.

Ecco quindi che, chi vuole attirare l’attenzione su di sé, può sorridere all’altro o assumere un atteggiamento allegro che dimostri la propria disponibilità emotiva a stabilire un rapporto oppure, come spesso accade nei bambini, può piangere e comunicare il proprio disagio emotivo.

Stati di simulazione

Non sempre, però, si vuole mostrare il proprio stato d’animo. Molte volte, anzi, si cerca di dissimulare le proprie emozioni per evitare di apparire, agli occhi de gli altri, come troppo vulnerabili e quindi facili prede.

Quante volte abbiamo camuffato la nostra rabbia quando abbiamo subito un torto, oppure ci siamo mostrati disponibili verso chi ci ha ferito profondamente?

Tali atteggiamenti dissimulatori vengono spesso incoraggiati dall’educazione e dalle regole sociali che vietano, pena l’allontanamento dal gruppo, di contravvenire a determinate indicazioni che guidano la vita al l’interno della società.

   

Rabbia, ira, gioia, paura e soddisfazione fanno parte dell’essere umano fin da quando è bambino. Già all’inizio della sua esistenza, addirittura nella vita intrauterina e nei primi mesi dopo la nascita, un numero sempre più ampio di emozioni guiderà il suo comportamento.

La vita adulta risentirà dell’influsso, positivo o negativo, delle esperienze vissute in questi primi anni.

Infantili emozioni

Il bambino, infatti, al momento della nascita, vive in uno stato di assoluta dipendenza dalla madre. E’ guidato, nelle sue azioni, soltanto dagli istinti primordiali. Essi lo guidano nella ricerca della soddisfazione immediata dei bisogni primari necessari alla sua sopravvivenza.

Egli non conosce il “dopo”, per lui deve essere “tutto e subito”. Ogni sua richiesta deve essere soddisfatta immediatamente essendo in stretta relazione con la sua possibilità di sopravvivere.

Ecco quindi che, se la madre non soddisferà in modo sollecito e pronto il suo bisogno di cibo, il bambino innescherà una reazione di rabbia palesandola con il pianto, suo unico mezzo di espressione, che assume significati diversi a seconda delle circostanze.

Nel momento in cui egli avrà eliminato il pericolo che lo minacciava, cioè la fame, manifesterà la sua soddisfazione addormentandosi. Se la madre, però, negherà la soddisfazione dei suoi bisogni, il bambino tenderà, a sua volta, a instaurare una reazione negativa.

Tale comportamento, che potrà sfociare in modi di fare aggressivi, verrà generalizzato e in seguito adottato nei confronti di qualsiasi persona o situazione che gli recherà anche la minima contrarietà.

Esplosioni emotive

Se, per esempio, c’è un pericolo che minaccia il rapporto affettivo tra il figlio e la madre, come la nascita di un fratello, il bambino tenderà a manifestare la propria paura attraverso esplosioni di rabbia e aggressività. In questo caso, poiché rabbia e aggressività sono da lui utilizzate per cacciare un potenziale nemico che mette a rischio la sua integrità psicofisica, non devono essere represse dalla madre.

Essa deve dare, invece, una risposta adeguata alla situazione dimostrando al bambino che non c’è nessun pericolo di abbandono da parte sua. Gli deve, inoltre, fornire le basi sufficienti a ristabilire la fiducia in se stesso e la sicurezza necessaria a superare il momento difficile.

In questo caso la rabbia e l’aggressività hanno un fine positivo, ovvero ripristinano una situazione di equilibrio.

La rimozione come meccanismo di difesa

Non sempre, però, taluni sentimenti negativi producono una reazione positiva nelle altre persone. Talvolta, infatti, il manifestare le proprie emozioni negative determina l’allontanamento dell’altro da sé come succede, per esempio, nella gelosia all’interno della coppia.

Dal momento che, come abbiamo detto, non sempre è possibile mostrare i propri sentimenti e le proprie emozioni negative, quando queste si fanno troppo pesanti da sopportare scattano, all’interno della nostra psiche, dei meccanismi, chiamati meccanismi di difesa, che ci mettono al riparo da eventuali autodistruzioni psicologiche.

Il più importante di questi è la rimozione. Essa consiste in uno sbarramento inconscio nei confronti di tutte quelle situazioni che sono vissute dall’individuo come dolorose o pericolose per sé, compresi i sentimenti e le emozioni. In questo caso, durante la vita cosciente, la persona non si rende assolutamente conto che esiste, nel suo intimo, un’emozione così penosa da suscitarle un dolore profondo.

Per esempio, una madre iperprotettiva può in realtà nascondere un rifiuto inconscio nei confronti del figlio, un rifiuto che essa non potrà mai ammettere apertamente.

Campanello d’allarme

Non sempre, però, questi meccanismi di difesa funzionano a dovere. Ecco allora che ogni tanto qualche segnale, qualche campanello d’allarme salta fuori a indicare che c’è qualcosa che non va nella nostra psiche.

Questo solitamente avviene nei momenti in cui la nostra coscienza è meno vigile, principalmente durante il sonno, dove il disagio emotivo viene espresso in particolare attraverso i sogni.

Anche in questo caso, però, la psiche ha la possibilità di organizzare la propria difesa. Se la persona ha un’ostilità nei confronti di altri, non sempre il sogno la rivelerà completamente. La manifesterà, invece, in maniera più blanda o camuffata in modo che risulti più accettabile alla coscienza.

 

Il tuo intelletto può confonderti, ma le tue emozioni non ti mentiranno mai.(Roger Ebert)