scuola e lavoro

Scuola e Lavoro

Perché si va a scuola? Quante volte ce lo siamo chiesti da bambini, quando la mattina presto eravamo costretti a uscire dal caldo accogliente delle coperte per affrontare interrogazioni e compiti? La risposta è semplice: per ricevere un’istruzione, per imparare a leggere e scrivere, a fare calcoli, ma soprattutto per imparare a organizzare la nostra capacità di pensiero, a risolvere problemi e a utilizzare in modo costruttivo le informazioni, in una parola per “crescere“, per diventare persone adulte e consapevoli. Questo è il beneficio, il vantaggio che riceviamo dal frequentare la scuola.

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Ai nostri figli, di ritorno da scuola, dovremmo chiedere: “Cosa hai imparato oggi? Che cosa è cambiato in te dopo aver studiato questo argomento?”. Invece la domanda che un genitore fa è sempre la stessa: “Quanto hai preso all’interrogazione?”. Il profitto scolastico diventa, non un arricchimento, ma un ostacolo da superare, e si valuta non nella crescita del ragazzo ma con un numero o con una lettera dell’alfabeto. Chi raggiunge un profitto accettabile, almeno sufficiente, viene promosso, chi non riesce viene bocciato. Alla resa dei conti, il profitto scolastico si riduce a questa banale alternativa.

Come un tribunale

La scuola smette di essere il luogo della crescita intellettuale e morale dell’individuo e diventa un tribunale che condanna o assolve elargendo diplomi a chi ha superato tutti gli ostacoli. Agli insegnanti chiediamo: “Come va mio figlio?”, chiediamo cioè se nostro figlio ha superato compiti e interrogazioni per essere promosso. Bisognerebbe chiedere altro, il vero profitto è qualcosa di più profondo:

  • Mio figlio approfitta davvero dell’occasione di trovarsi con altri coetanei, per collaborare con loro?
  • Si è inserito bene nel gruppo classe?
  • Parla con serenità con gli insegnanti esprimendo i propri dubbi e chiedendo aiuto?
  • Si interessa effettivamente, facendo domande o proponendo soluzioni, a quello che si dice in classe?
  • Verso quali argomenti prova maggiore interesse?

Forse se l’approccio al profitto fosse questo, da parte di genitori, alunni e insegnanti, gli episodi di insuccesso scolastico sarebbero meno frequenti.

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Per favorire l’apprendimento

Può capitare che il ragazzo non abbia capito il compito perché formulato in modo poco chiaro o che stia vivendo un rapporto difficile con i compagni o con l’insegnante. Potrebbe non sentire da parte dei genitori una reale partecipazione alle sue difficoltà. Potrebbe sentirsi caricato di enormi responsabilità di fronte ai “sacrifici” che essi fanno per farlo studiare o di fronte ai suggerimenti e alle richieste che gli vengono rivolti. Perciò è bene mostrare sempre interesse nei confronti delle sue attività scolastiche, ma senza assillarlo e tormentarlo con domande. Bisogna, invece,  prestare attenzione a quanto racconta, senza bombardarlo di consigli e suggerimenti. Questi ultimi potrebbero rappresentare un peso troppo gravoso da sostenere. Potrebbe, cioè, sentirsi oppresso dalla richiesta continua di fare meglio e di più.

Un insuccesso avvilisce il ragazzo, perciò, se porta a casa una valutazione negativa non va offeso con ulteriori giudizi. Non dategli dell’incapace o del parassita: le uniche carte che si possono giocare per spingerlo a migliorare sono la comprensione e il sostegno. Per esempio, gli si può dire che anche a noi è capitato di non essere forti in qualche materia, o che i piccoli insuccessi sono necessari per meglio comprendere quali siano le nostre capacità. Sempre, ma soprattutto nei primi anni di scuola, il desiderio di essere lodati e di ricevere attenzioni e gratificazioni, sia dai genitori sia dagli insegnanti, favorisce l’apprendimento.

Un approccio per obiettivi

Tenete presente che la scuola non è un distributore di nozioni: gli obiettivi per ogni ordine e grado di scuola sono diversi. Alle elementari, per esempio, obiettivo fondamentale e comune a tutte le discipline è la socializzazione del bambino: attraverso lo studio delle diverse materie egli deve imparare a collaborare con gli altri e a rispettarli. Perciò, non ha importanza se non ricorda quale sia la capitale del Giappone; è molto più importante che collabori civilmente con gli altri.

Migliorare il rendimento

Se avete la sensazione che vostro figlio non abbia voglia di studiare, non gettate subito le armi dicendogli che tanto può andare a lavorare. Lavorerà sì, ma molto meglio se avrà studiato e imparato a confrontarsi in modo costruttivo con gli altri. Cercate di capire, anche con l’aiuto della scuola, perché non vuole andarci e aiutatelo a risolvere il suo problema.

OBIETTIVO: IL SUCCESSO

La scalata al successo è nei sogni di ognuno di noi. La nostra esistenza è caratterizzata da una continua ricerca del miglioramento della condizione sociale per appagare i bisogni economici, per soddisfare la vanità e per realizzare quella che è la naturale aspirazione dell’uomo a migliorare sé stesso. È assolutamente necessario dare il giusto valore al concetto di “far carriera” che ha tutta una serie di risvolti in termini di soddisfazioni professionali e in termini economici.

Prendiamo il caso di un uomo (o di una donna) che occupa già un posto preminente nella scala dei valori sociali. Un bel giorno a questa persona arriva la notizia che è stato nominato direttore generale di una qualche società. La sua vita, da quel momento, cambia totalmente. Gli assegnano tre segretarie, gli danno un ufficio degno della sua carica, gli scandiscono la giornata con appuntamenti di ogni genere, la sua vita è cambiata in maniera totale, con tutta una serie di ripercussioni e di conseguenze, anche nell’ambito familiare e non tutte positive.

Gli effetti sulla vita privata

Quando si accetta un nuovo incarico di lavoro che richiede maggiore disponibilità e più tempo da dedicare al lavoro stesso occorre saper gestire gli effetti collaterali. Può accadere infatti che uno diventi un manager bravissimo a gestire l’azienda ma si trovi ad essere un pessimo marito e padre di famiglia. Detto questo, sia ben chiaro che non intendiamo assolutamente condannare l’aspirazione a far carriera. Abbiamo soltanto inteso mettere in guardia contro un “uso” smodato dei mezzi che abbiamo a disposizione per migliorare la nostra attività lavorativa.

Lavoro dipendente o lavoro autonomo?

Nel primo caso occorre mettere in bilancio una serie di elementi che vanno dalla nostra disponibilità e dalla capacità che abbiamo di accettare ordini, all’accettazione di orari ben precisi e alla ripetitività di certe situazioni. Se siamo orientati verso un modo di lavorare di questo tipo, possiamo lavorare alle dipendenze di qualcuno; se no, è meglio trovarsi un lavoro in proprio che ci darà più possibilità di gestire le nostre capacità, ma anche più problemi e più responsabilità.

Difficile dire se sia più facile far carriera con un lavoro dipendente o con un lavoro in proprio. Chi ha un lavoro dipendente farà carriera se saprà accettare le imposizioni che gli arrivano dall’alto e sarà capace di farsi valere a poco a poco, di fornire un giudizio, di dare un contributo senza che ciò porti ufficialmente la sua firma; se riuscirà a comportarsi così per un certo periodo, verrà il giorno che il suo parere sarà addirittura richiesto. E ciò segnerà l’inizio della sua carriera.

Chi ha un lavoro in proprio avrà successo se saprà scegliere l’attività giusta e se sarà in grado di gestirsi oculatamente fin dall’inizio, qualche volta rischiando, quasi sempre non facendo il passo più lungo della gamba. E soprattutto iniziando tale attività dopo un attento esame delle proprie capacità e delle possibilità offerte dal mercato.

LAVORO: ISTRUZIONI PER L’USO

L’inizio dell’attività lavorativa richiede doti di buona volontà e di adattamento. Ma, a seconda delle situazioni, anche gli aspetti psicologici hanno la loro importanza. Iniziare a lavorare vuol dire entrare in un mondo di cui, spesso, non si conoscono che pochi aspetti. Si pensa, anzitutto, all’autonomia che si potrà finalmente raggiungere e all’indipendenza economica; si “smania” nell’attesa di potersi confrontare con gli altri.

I giovani hanno le loro carte da giocare, che non sono soltanto quelle degli studi compiuti, del diploma o della laurea. Ciò che potrà permettere loro di varcare quel “confine” sarà soprattutto il possesso di una giusta mentalità. Se nella scelta dell’indirizzo scolastico occorre conoscere bene le varie proposte che la scuola offre, anche per cercare lavoro è necessario prendere il maggior numero possibile di informazioni sulle diverse opportunità presenti sul mercato. E non stancarsi di cercare, senza nemmeno, però, seminare al vento, ovunque e comunque.

È bene, infatti, tener presente che alcuni aspetti della personalità sono di fondamentale importanza per una buona riuscita in qualunque tipo di professione. Una persona che preferisce la solitudine, per esempio, difficilmente potrà riuscire come animatore in un villaggio turistico. D’altra parte, un tipo estroverso, amante della compagnia e magari anche un po’ disordinato, soffrirebbe troppo nel fare il bibliotecario.

Conoscere e conoscersi

Nella scelta di una professione, quindi, è importante conoscere il proprio carattere e sapere, in relazione al tipo di attività, in quali condizioni si lavora e quali sono le competenze richieste. Una volta deciso l’indirizzo e vagliato il mercato (e aver avuto la pazienza di attendere), accade che si presenti l’occasione di un incontro con un “datore di lavoro”. Allora sarà opportuno ricordare che, nel presentare noi stessi, dovremo usare la massima attenzione, perché questo servirà anche a creare un interesse su di noi e a predisporre l’altro favorevolmente.

Potrebbe accadere che quell’incontro, malgrado la nostra miglior cura, non abbia un esito positivo. Risulterebbe dannoso se preventivamente vi avessimo ancorato tutte le speranze. Questo, infatti, da un lato ci avrebbe reso troppo emotivi durante il colloquio, dall’altro, a obiettivo mancato, ci renderebbe depressi. Non era che un tentativo: altre occasioni capiteranno e, prima o poi, certamente, verrà anche quella giusta.

Una volta assunti, comunque, è bene farsi aiutare da un po’ di psicologia

Accade spesso che gli stessi dipendenti non conoscano l’azienda nella quale lavorano, così come, altrettanto frequentemente, succede che si trovino dirigenti che sanno ben poco dei propri dipendenti, del loro carattere e delle difficoltà che incontrano nello svolgere il lavoro. La tolleranza e la stima, invece, si basano sulla reciproca comprensione. È importante, cioè, che si instauri un chiaro rapporto di collaborazione.

Un pregio che generalmente viene attribuito alle persone cosiddette “serie” è quello di non parlare molto di sé, di non farsi notare. Sarà meglio, invece, se riusciremo ad “alzare un po’ il tono” della nostra discrezione: l’esperienza ci insegna che se non “appariamo”, se restiamo anonimi, se non mostriamo le qualità che possediamo, gli altri crederanno che ci sentiamo a disagio con loro, che non vogliamo compagnia o che non siamo capaci.

Comunicazione e relazione

Questo ‘comportamento non procurerà soddisfazione né in chi avremo vicino, né in noi stessi. Agendo così ci precluderemo la possibilità di poter contare sulla comprensione e sulla stima dei nostri colleghi, e non riusciremo mai a far parte del gruppo. L’isolamento può essere un modo di vivere la vita ma, dal punto di vista sociale, non ci aiuterà a inserirci nel nuovo ambiente.

Se renderci simpatici ci risulterà difficile, dovremo comunque tentare di farlo, anche forzando un po’ le nostre naturali tendenze. Non diventeremo “falsi” per questo, giacché è legittimo e umano cercare di migliorare la propria condizione sociale, la qualità del proprio lavoro, il proprio tenore di vita. Per risultare simpatici può essere sufficiente saper dire una buona parola, fare una cortesia e sorridere apertamente; partecipare con sincerità, La simpatia si costruisce con incoraggiamenti, con parole di ottimismo, mostrandosi disponibili.

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