C’era una volta l’agenda

Sono rimasto colpito dalla scomparsa dell’agenda, quel libro che ha sempre accompagnato l’inizio di un nuovo anno. Per me era una vera liturgia poter scegliere o attendere come regalo uno di quei magnifici raccoglitori di parole che, nell’istante in cui ne entravo in possesso, ancora non ne conteneva.

ll fascino della pagina bianca [indice]

A questo proposito mi viene alla mente un altro letterato, Mallarmé, che ha parlato del fascino esercitato dalla pagina bianca, vuota. Per lui era un’opera d’arte in sé, proprio perché rappresentava il substrato, lo spazio entro cui si disponeva un pensiero, una parola, che poteva addirittura entrare in una poesia.

Chiunque, di fronte a una pagina vuota, sa di poterla riempire in maniera particolare e anche originale dal punto di vista letterario.

L’agenda però ora è morta [indice]

Me ne sono accorto quando, alla fine del 2014, nessuno me ne aveva regalata una. Ho aspettato a lungo e, quando ho cominciato a temere che fosse un’attesa vana, sono andato in alcune cartolerie con l’intento di comprarmela, poiché mi sembrava di non poter iniziare un anno senza quel bel libro dalla copertina elegante, talora persino di pelle, dove fosse stampato «2015». Ho provato una grande delusione poiché, quando chiedevo dove fossero esposte le agende, ottenevo sempre la stessa risposta: «Non ci sono più, non servono più, ormai si può annotare tutto sul telefonino».

Ho estratto dalla tasca il mio cellulare, ho cercato di guardarlo, di pensarlo come una piccola agenda, ma i miei desideri non trovavano una soddisfazione e continuavo ad avvertire la mancanza dell’agenda, anzi, dell’Agenda.

Mi dissero che quell’oggetto che stavo cercando da tempo aveva i giorni contati, visto che annotare i propri impegni sulle sue pagine era una delle azioni più insignificanti, poiché per segnare gli appuntamenti c’è il calendario, che appare tra le icone principali della home page, esistono poi anche delle app, che non solo mettono ordine tra gli impegni, ma addirittura ce li ricordano con una notifica e un avviso sonoro, così non ci dimentichiamo niente.

Ho riguardato il mio cellulare con sospetto, quasi fosse un nemico.

Una compagna misteriosa [indice]

L’agenda è sempre stata per me una compagna, un poco misteriosa forse, ma comunque un riferimento con cui spesso mi confrontavo. Quando stavo per assumermi nuovi impegni, la aprivo subito per controllare e allora mi accorgevo che ne avevo appuntati già tanti, troppe cose da fare.

Mi sembrava impossibile organizzare l’esistenza senza quello strumento che abitualmente tenevo nella borsa e che estraevo per fissare un appuntamento, girando quelle pagine in cerca di spazio vitale, anche quando mi pareva che non ce ne fosse più per respirare.

Talvolta la aprivo semplicemente per il piacere di constatare che i giorni appena trascorsi erano pieni di note, e allora sentivo necessario che a poco a poco si riempissero anche le pagine del futuro, perché altrimenti il domani mi si sarebbe presentato morto.

Il mistero del tempo [indice]

L’agenda, in sostanza, era la rappresentazione del mistero del tempo, o quantomeno dei tentativi di spiegarlo non solo dal punto di vista della fisica ma anche dei vissuti. Pensiamo a sant’Agostino e alle sue meditazioni sul passato che non c’è più, sul futuro che non c’è ancora, ma che dovrà esserci perché è segno che la vita continua, e alla sua riflessione sul presente che scompare proprio mentre ci si accorge di percepirlo, perché in quel momento si è già consumato.

Insomma, faticavo ad accettare l’idea di rinunciare all’agenda e così ho peregrinato per la mia città finché ho trovato finalmente una cartoleria che ne aveva acquistate alcune copie. Il vecchio cartolaio mi ha spiegato d’aver penato a reperirne degli esemplari, perché ormai questo oggetto non è più il simbolo dell’uomo attivo, di chi ha una vita indaffarata da organizzare per risparmiare il tempo e usarlo bene. Ascoltandolo, mi sono reso conto che condivideva con me la convinzione che l’agenda sia ancora una valida guida per ordinare i giorni che passano.

Ne ho scelta una e l’ho comprata, anche se in realtà era un’effigie dell’agenda che conoscevo io, poiché riportava in carattere minimo la distinzione mese per mese e quella giorno per giorno. Insomma, sembrava un semplice quaderno.

A me sono sempre piaciute le agende grandi, con una pagina per ogni giorno, dove potevo scrivere non solo gli appuntamenti, ma anche delle note di commento a un episodio, una considerazione su un incontro, su quel tale che non si era presentato all’appuntamento, oppure un dettaglio che volevo memorizzare.

Insomma, non serviva solo a ordinare cronologicamente i miei impegni, ma anche a lasciare un’impressione, un segno di come il tempo trascorreva. Certo, le azioni sono importanti, ma non lo sono di meno le emozioni, i sentimenti. Proprio per questo motivo ho sempre conservato le mie agende passate: appena un anno iniziava e io ne ricevevo in regalo una nuova, riponevo la vecchia dentro un cassetto, assieme a quelle degli anni precedenti.

L’esistenza in un cassetto [indice]

In fondo dentro quel cassetto era chiusa la mia esistenza.

Non è facile contenere la vita che si è consumata, anche perché noi crediamo di conoscerla, quando in realtà ci sono tanti segreti, tanti enigmi che ci sfuggono. Mi è capitato spesso di riprendere in mano le agende del passato per avere conferma di qualcosa che era di certo accaduto, ma nel ricordo mi sembrava confuso o addirittura impossibile.

La vita è un continuo e il presente si riallaccia sempre a un passato che forse rimane scritto solo sulle pagine di un’agenda.

Una volta, quando si arrivava in fondo al mese di dicembre si trovavano alcune pagine destinate all’anno successivo ed era bello poterci scrivere qualcosa, perché era il segno che anche di fronte alla morte dell’anno in corso c’era la vita, l’agenda la indicava e mi dava speranza.

E allora ho pensato di usare quell’agenda del 2015, bianca, vuota, per simulare almeno di averne ancora bisogno, come fosse un amuleto che mi garantiva che tutto l’anno sarebbe stato attivo. Avrei potuto portare con me nella borsa spesso vuota quell’oggetto che, a poco a poco, sommando annotazioni su annotazioni, sarebbe diventato la fotografia, forse un po’ sbiadita, della mia vita. Non potendo più usarla per gli impegni, dal momento che le pagine erano senza alcuna indicazione, non mi suggeriva più la voglia di appuntamenti, di sottolineare la fatica di vivere correndo da un incontro a un altro, e così l’ho usata per riempirla dei miei pensieri. E poiché avevo bisogno di essere guidato dall’ordine costituito dalla successione dei fogli, l’ho sfogliata pagina per pagina scrivendo prima nel recto e poi nel verso, e ogni giorno ho riportato un pensiero. In questo modo ho ancora seguito il tempo, l’ho potuto di nuovo sfogliare, giorno dopo giorno.

E ho contenuto i pensieri dentro lo spazio di una pagina, così assumevano una dimensione concreta. Perché apparissero non era necessario premere un tasto che li avrebbe immessi nella virtualità di un luogo difficile da immaginare, poiché privo della dimensione geometrica di una pagina rettangolare. Vedevo invece le pagine che crescevano nella parte sinistra e diminuivano in quella di destra, come quando si legge un libro.

Questa immagine che mi ha riportato al libro ha acquisito una sua consistenza, perché quell’agenda vuota è diventata la raccolta dei pensieri di un anno.

Tratto da “La gioia di pensare

di Vittorino Andreoli

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Ogni singola persona ricopre, all’interno della società, contemporaneamente più status che la portano ad avere una molteplicità di rapporti e, talvolta, a subire dei conflitti tra le varie posizioni. Un tempo (ma oggi sono cambiati soltanto alcuni particolari), vivere da soli significava aumentare le possibilità di morire precocemente.

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